Novembre 26, 2022

Il volontariato: una scelta di prossimità. Il secondo incontro

Si è tenuto giovedì 16 giugno il secondo dei cinque incontri previsti nell’abito del Corso di formazione per i volontari, in vista dell’apertura del Polo della Carità di Caritas Salerno, dal titolo Il volontariato “esercizio” di Carità.

La relazione della dott.ssa Francesca Marra sul tema: Il volontariato: una scelta di prossimità

Il volontariato: una scelta di prossimità
Siamo qui oggi per riflettere insieme. Il nostro intento non è fornirvi nozioni, risposte ma per aiutarvi
a porre le giuste domande, soprattutto nell’ambito in cui da oggi, insieme, iniziamo ad approcciarci.
Il volontariato. Quante volte abbiamo sentito questa parola che non ha un significato univoco ma che
abbraccia vari ambiti, ha diverse sfumature e ciascuno di noi ne afferra qualcuna in base alla propria
inclinazione, vocazione o esperienza.
Cosa è per voi il volontariato?
Noi l’abbiamo definita “una scelta di prossimità”. Ora analizzeremo a fondo questa definizione che
servirà a ciascuno di noi per trovare le coordinate del nostro fare del bene. Come dice papa Francesco:
“non basta fare il bene ma occorre farlo bene” e se siamo qui oggi vuol dire che incarniamo questa
massima. Partiamo!!!
Noi l’abbiamo definita una scelta di prossimità. Analizzeremo, ora, questi due termini: scelta e
prossimità.
La scelta: ciò che è indubbiamente importante nel fare volontariato è che deve essere una scelta.
Andiamo a vedere cosa è una scelta e quali sono gli elementi che non devono mai mancare affinchè
la nostra sia una scelta consapevole: Decisione, alternativa e atto. Innanzitutto bisogna prendere una
decisione che per essere tale ci devono essere almeno due alternative ed infine, tramutare in atto il
frutto della mia decisione altrimenti è una scelta a metà se decido ma non agisco coerentemente alle
mie valutazioni.
Ovviamente non esistono formule magiche per fare una scelta ma possiamo prestare attenzione ad
alcuni elementi importanti. Vediamo quali sono.
Conosci te stesso: è necessario conoscere sé stesso per prima cosa, nella maniera in cui intendeva
Socrate: Mettersi in chiaro con se stessi, con un atto di coraggio e di sincerità da rinnovare di continuo.
Una nuova interpretazione anche del mito di Narciso: solo conoscendosi, Narciso può cambiare e
finalmente trasformarsi. Se riesce a guardarsi dentro prende consapevolezza di sé, rintraccia la propria
vera identità, i propri bisogni e desideri. Solo così può fiorire il vero Io, simboleggiato dal fiore.
È necessario conoscere se stesso perché in ogni rapporto, di qualsiasi tipologia e a qualsiasi livello
porto tutto me stesso con i miei punti di forza, le mie debolezze, i miei limiti per diventare strumento
e dono al servizio dell’altro.
In particolare dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sulle due dinamiche, due logiche che ci
muovono in maniera inconsapevole: la prima è la logica del bisogno. La dinamica del bisogno nasce
nella dimensione biologica, ha radici nella fisiologia, è legata all’istintualità e per questo ci accomuna
a tutti gli altri animali. Hanno un oggetto determinato per la loro soddisfazione.

La seconda è la logica del desiderio che, al contrario, è connessa ad una mancanza che però mi fa
vivere tale mancanza e mi mette in cammino. Mi muove alla ricerca.
La logica del bisogno cerca di chiudere la breccia, di tapparla. Cerca una risposta diretta, transitiva.
Segue la via più breve.
La logica del desiderio non ha questa fretta: alimenta il movimento di apertura e si lascia trasportare
verso altri scopi, spostare verso altri incontri.
L’uomo del bisogno continua ad opporre alla mancanza la pienezza. L’uomo del desiderio si mette
in mancanza come ci si mette in cammino. Il primo vuole avere di più, il secondo vuole avere
diversamente. Il primo è assillato dall’idea di completezza, il secondo è animato dal compimento di
sé. Il bisogno, povero, ripetitivo, si chiude in se stesso e lascia un vuoto più grande di quello che ha
creduto di colmare. Il desiderio proietta l’individuo fuori di sé. Il rimando all’altrove, al simbolico e
all’infinito distingue il desiderio dal semplice bisogno. Il bisogno non va negato né represso: esso
costituisce il concime del desiderio. Il processo di crescita è una sorta di operazione alchemica:
compito di ciascuna persona è trasformare in oro il materiale grezzo di cui è composta la sua biografia.
Bisogna essere uomini e donne del desiderio per trasmettere agli altri, quelli che incontriamo, la logica
del mettersi in cammino, di aspirare a cose altre, di aspirare alla felicità. Le persone vanno educate a
questo piuttosto che a soddisfare i meri bisogni.
Ora, senza paura, ci focalizziamo su noi stessi e capiamo da quale logica sono mossa. Non è molto
semplice perché anche ciò che può sembrare un desiderio molte volte nasconde un bisogno anche se
più complesso.
In secondo luogo è importante capire da dove si parte, il contesto che ci mette in cammino e nel quale
camminiamo. È una cosa importantissima perché tutto assume significato a partire dal contesto. Il
contesto nel quale ci muoviamo noi è quello che Bauman definisce liquido: non ci sono fondamenti,
non ci sono punti di riferimento. È un mondo pieno di contraddizioni, che potremmo definire globale
e pluralista. Non esiste una verità assoluta ma tante verità relative.
Da una parte troviamo una società che parla, si riempie la bocca di buoni sentimenti, di accoglienza,
di inclusione. Attenzione innanzitutto a trasformare in azione quanto declamato.
Dall’altra è una società che lamenta ogni sorta di ingiustizia e oppressioni varie soprattutto nei
confronti degli ultimi, i deboli, coloro che non possono difendersi.
Visto da dove parto e dove mi muovo, devo trovare una bussola che mi permette di orientarmi in
questa confusione, in questo buio, in questa assenza di punti di riferimento. Quale può essere la
bussola? Dobbiamo trovare qualcosa che, come la bussola, i punti cardinali, le stelle, abbia un
linguaggio universale: questo non può che essere l’Amore. L’amore è ciò che fa rinascere l’altro e,
trasformato in opere, si prende cura dell’altro e gli apre nuove prospettive e possibilità. Non lo rende
schiavo e dipendente ma autonomo. L’Amore, per essere definito tale, deve essere generativo, dando
nuova vita, una nuova dignità a chi ha smarrito la sua stella.
Iniziamo con l’introdurre la dimensione della prossimità partendo dall’immagine. Risale al 27
Marzo 2020, all’inizio della pandemia. Papa Francesco prega da solo in piazza san Pietro ma mai
come allora si è potuto registrare una prossimità così intensa. Sapete perché? Ciascuno di noi, in
quel periodo ha sperimentato sentimenti quali: solitudine, tristezza, disorientamento ed impotenza…
Possiamo, quindi, sintetizzare tutte le parole in una: FRAGILITA’!
Proprio perché accomunati dalla fragilità eravamo tutti uniti, tutti lì in quella piazza, a sperimentare,
senza saperlo la vera prossimità.
È la fragilità che ci apre al vero incontro con l’altro, una sorta di empatia. Solitamente viene definita
come un mettersi nei panni dell’altro ma io preferisco un altro tipo di definizione: mettersi all’altezza
del cuore dell’altro per poter sperimentare una relazione autentica. E nell’ambito di questa relazione
che nasce la relazione di aiuto, alla base del volontariato

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Di seguito il video con la testimonianza di Maria Cristina Palumbo, missionaria laica