Giugno 18, 2024

Nessun Profeta è bene accettato nella sua patria

Siamo ancora alle prime battute della predicazione di Gesù. Gesù ci viene presentato nella sua terra,
a nord di Gerusalemme. Siamo a Nazareth, la città della sua famiglia dove è cresciuto, Gesù
sperimenta già da subito tutte le difficoltà della sua missione. Sembra proprio che ci sia qui un
anticipo della sua fine. Infatti Luca ci racconta come Gesù dopo la sua predicazione, che stupisce e
scandalizza, viene portato sul ciglio del monte di Nazareth (un anticipo dell’altura del Calvario?) e
rischia la morte violenta, condannato dal popolo che non lo comprende. Si scatena la violenza su
Gesù e su di lui. Perché? Non possiamo condannare troppo velocemente i nazaretani, perché se
prestiamo bene attenzione alle parole che Gesù ha appena detto loro, qualche piccola
giustificazione la possiamo trovare al loro comportamento. Gesù infatti ha appena detto loro che la
salvezza di Dio si è manifestata più a degli stranieri infedeli che al popolo di Israele, colpevole di
essere tanto religioso quanto freddo all’azione di Dio. La vedova straniera di Zarepta di Sidone e
Naaman il siro, sono lì ad “accusare” gli israeliti e a dire loro quanto sono chiusi all’azione di Dio.
Gesù è molto duro con i suoi compaesani, e non nasconde tutta la sua delusione nel constatare che
sono molto devoti ma poco credenti. Sono lì tutti i sabati ad ascoltare le antiche profezie e le
promesse di Dio fatte agli antichi. Ascoltano e pregano con devozione e con la massima adesione ai
precetti e tradizioni religiose, ma poi, quando viene qualcuno che dice loro con autorità che quelle
profezie si avverano, rimangono freddi e si chiudono (“…erano meravigliati delle parole di grazia che
uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?»”). Sono incapaci di fare il
passo che porta dalla pratica religiosa alla fede. La paura li blocca nel mezzo. Quale paura hanno?
È la paura di doversi davvero convertire. È la paura di scommettere fino in fondo la propria vita sulla
Parola di Dio. È la paura di riconoscere che hanno zone d’ombra dentro di sé che vanno illuminate
e riconosciute. È la paura di fare i conti con i propri limiti e sbagli… È la paura di credere davvero che
Dio è presente in mezzo a loro. Da dove si vede questa loro paura profondissima? Proprio dalla
violenza che usano con Gesù. È una violenza prima di tutto verbale, che alza paletti e pre-giudizi (è
solo il figlio del tale… chi si crede di essere??) e poi si trasforma in violenza fisica che vuole chiudere
con l’eliminazione ogni altro possibile contatto e occasione di essere messi in discussione. La
descrizione finale che Luca fa del comportamento di Gesù (“…Ma egli, passando in mezzo a loro, si
mise in cammino”) indica che nemmeno la paura e la violenza dei nazaretani può fermare il
cammino di Gesù e del suo messaggio. Nemmeno la morte in croce sarà capace di fermare la Parola
che cammina per le strade dell’umanità ancora oggi.
Venendo a me, a noi: ci riconosciamo un po’ nelle paure degli abitanti di Nazareth? Non è in fondo
un po’ vero che siamo spesso più devoti che credenti? Avere a che fare anche ogni giorno con le
cose “religiose” non ci evita il pericolo di fare molto ma crederci poco… Ed è anche per me
l’avvertimento duro di Gesù che mi ricorda quanto spesso sono più i lontani ad accogliere l’amore
di Dio che quelli che si considerano “di casa” con Lui. Gesù che non viene fermato dalla violenza
omicida dei suoi concittadini e che continua il suo cammino passando in mezzo loro, mi ricorda che
la Parola di Dio (per fortuna!) non viene fermata da nulla e continua a passare in mezzo anche a
violenze e paure. Nemmeno le freddezze dei cristiani e le loro incoerenze possono bloccare la forza
rinnovatrice del Vangelo. Questo mi dà speranza e mi fa venire la voglia di andare in cerca delle
tante”vedove di Zarepta di Sidone” e dei vari “Naaman il siro” di oggi e con loro mettermi a
disposizione di Dio, accogliendone l’azione rinnovatrice… Così sperimento anch’io la presenza di
Gesù e ne divento testimone.
Provateci anche Voi.

Diacono Ciro Petrone