Febbraio 4, 2023

Commento al Vangelo.

In questa quarta ed ultima domenica d’avvento, la liturgia della parola ci parla dell’annuncio e della venuta del Figlio di Dio: nella prima lettura il profeta Isaia preannuncia la nascita di Gesù “EMMANUELE” per mezzo di una Vergine, e nella seconda lettura Paolo esorta ogni uomo a diventare “Apostolo”.

Nel brano Evangelico Matteo scrive che “Maria essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta”, si pensi all’umanissimo dramma di un uomo che scopre la sua fidanzata in quello stato di cui lui non ha responsabilità, cosa deve aver provato nella prospettiva dello scandalo per lei e della derisione per lui. Ma mentre Giuseppe medita nel suo cuore su quanto gli sta accadendo, viene illuminato in proposito, ed al dramma subentra il mistero: “Giuseppe non temere di prendere con te Maria tua sposa, perché quello che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.

Noi oggi possiamo inquadrare il fatto nelle vicende della redenzione, ma Giuseppe come poteva comprendere? Il suo merito è la sua grandezza sono proprio nell’accettare, pur nell’oscurità delle motivazioni, la volontà di Dio. Dramma e mistero si ripresentano nelle parole: “Maria partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù”: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati, Gesù significa “Dio è salvatore”, ma quel bambino di cui veniva chiesto a Giuseppe di assumersi la paternità legale, avrebbe salvato il suo popolo non con un colpo di bacchetta magica, bensì sacrificando se stesso sulla croce.

Sullo sfondo di una culla di Betlemme, dietro la tenerezza che ogni neonato ispira, si delinea il profilo del Calvario, si intravede il rosso di un sangue innocente. L’atteggiamento corretto di fronte all’evento di Betlemme, è quello della liturgia, che pur invitando i cristiani a rallegrarsi perché Dio è venuto a salvarci, subito dopo ricorda, come in ogni messa quale ne è stato il prezzo.

La presenza di Gesù in mezzo agli uomini è cominciata a Betlemme e non finirà mai: Egli è venuto tra noi, per noi, si è fatto uno di noi ha abbracciato e condiviso la nostra condizione. Allora nessuno ha più motivo di rattristarsi, ciascuno può dire: “il mio Signore è con me”.

Un’ultima considerazione: nella società attuale dove molti fanno di tutto per avere un attimo di celebrità la figura di Giuseppe, che nel silenzio si trova ad essere padre terreno del figlio di Dio, è davvero motivo di consolazione per gli uomini che nell’ombra e nel silenzio operano per il bene, per la giustizia, per la pace.

Sia lodato Gesù Cristo

                                                                                                                                Diacono Gianmarco Martinoli