Marzo 21, 2023

IV Domenica del Tempo Ordinario

dal Vangelo secondo Matteo 5,1-12.

La liturgia in questa domenica ci regala un Vangelo bellissimo, un testo che è considerato a giusta ragione il “manifesto” del cristianesimo, le beatitudini di Matteo.

Innanzitutto, dobbiamo partire dalla parola “beato” – makarios – che sottintende quella condizione umana di felicità, di gioia, di contentezza, e non quel “gradino” necessario alla santificazione, ma semplicemente quella condizione di poter essere davvero felice. 

Il brano delle beatitudini è come una musica, come una poesia. E come tale si presta alla comprensione a seconda della chiave di lettura che potrà essere utilizzata.

È infatti necessario tenere conto delle due diverse interpretazioni di fondo che, delle beatitudini, sono state date nel corso della storia: l’interpretazione morale e l’interpretazione cristologica.

Da un lato, l’interpretazione morale è il comprendere quell’ideale di perfezione che va oltre la legge mosaica, e che caratterizza quella traccia da seguire che Gesù lascia ai suoi discepoli; dall’altro, l’interpretazione cristologica delle beatitudini afferma la nascita dell’uomo nuovo, questa volta modellato sul Cristo stesso.

Le due chiavi di lettura non si escludono a vicenda, ma richiedono di essere prese in considerazione simultaneamente.

Se attraverso una lettura morale le beatitudini si presentano come la “carta di identità del cristiano” (Papa Francesco – Gaudete et exsultate), a una lettura cristologica esse ci appaiono come l’identikit di Gesù, una sorta di autoritratto.

È Gesù il vero povero, il mite, il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia….

Non vanno opposti i criteri indicati, ma vanno compiuti insieme, basta tenerli uniti; il cristiano deve essere povero in spirito perché è Gesù che è stato povero; il cristiano deve essere mite perché Gesù ci ha invitato a imparare da lui che è mite e umile di cuore.

La prima delle beatitudini, quella dei poveri in Spirito, è considerata la matrice alla quale tutte le altre si sono ispirate, essendo quasi – le altre sette – come delle specificazioni: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli”. In essa è espressa la circostanza rispetto alla quale il riconoscimento del bisogno di Dio è denotato dalla condizione spirituale di povertà riportata – poveri in spirito – mentre il riconoscimento di Dio come Re è indicato dalla presenza nel testo, del “regno dei cieli”.

E quindi appare possibile un’altra lettura della prima beatitudine: “Beati coloro che riconoscono umilmente il loro bisogno di Dio, perché entreranno nel suo regno”.

Ma allo stesso modo, il Vangelo di oggi ci presenta il pentimento e il pianto di dolore per il peccato, nella ritrovata gioia e libertà da esso. Vengono citati i miti, i mansueti, ovvero quelli che si sottomettono a Dio rendendolo Signore ma anche quelle persone che hanno profondo bisogno di vedere saziata di Cristo la propria anima.

Vengono chiamati beati anche coloro che dimostrano misericordia e che nel contempo la raccolgono tal quale, attraverso la gentilezza, la compassione e il perdono.

Il testo matteano ci parla dei puri di cuore, di quelli cioè che sono stati purificati dall’interno, da una santità interiore che solo Dio può vedere; ci parla di pace, quella pace che abbiamo con Dio attraverso Gesù Cristo, ma anche del coraggio, di quel particolare stato di grazia che fa accettare, per Cristo, anche le persecuzioni in vista del regno dei cieli.

Il vangelo di oggi ci istruisce quindi, su come il cristiano deve affrontare la sequela, l’essere discepolo di Cristo, facondo riconoscere l’offerta delle numerose occasioni per fare esercizi di povertà spirituale.

Accettare un rimprovero, ad esempio, oppure una osservazione critica, ma anche non replicare a una offesa, rallegrarsi del bene altrui come del proprio, insomma, accettare quei gesti che servono non solo a chi li fa, per la propria santificazione, ma anche a chi li riceve.

È la modalità che permette di conservare l’unità e la pace, a partire dalla famiglia, nelle comunità ma anche e soprattutto nella nostra amata Chiesa.

         diacono Orlando Loria