Aprile 19, 2024

Lc 17,5-10

Quando leggiamo questo testo la prima cosa che ci viene in mente è: “Se avessi più fede..”. Si può dire che siamo abituati a ricevere certi insegnamenti con un accento critico, quasi che il Signore voglia mettere a nudo la nostra pochezza e la nostra incapacità di corrispondere al Suo amore. Benché questo sia parzialmente vero, nel senso che siamo certamente insufficienti, da un altro punto di vista ci siamo persi la parte bella e costruttiva della Parola. Quando Gesù parla, parla la Trinità, che è Amore eterno. Quindi ogni Sua parola, per quanto dura possa sembrare all’orecchio dell’uomo, nasconde un fine di profondo amore. La fede, come il granello di senape, è una relazione che cresce: da piccola diventa grande e si trasforma fino a riuscire a sradicare i gelsi della nostra vita. Quando si vive in questa dinamica relazione non compiamo più atti di fede, ma provandone il gusto profondo, viviamo per essa. In questo contesto Gesù ci parla dei servi inutili. Inutili non nel senso corrente, cioè che non serviamo a niente, ma privi di utile, privi di una paga. Egli mette i suoi servi, i suoi figli, nella bellezza, nella Sua vigna; eppure, essi si aspettano un compenso. Forse, però, saremmo noi a dover pagare per essere al Suo servizio d’amore! La relazione dinamica che si instaura, nella fede, con il Signore è essa stessa la ricompensa. Una vita spesa al servizio di Dio è una vita appagante e piena! Di certo non è una vita comoda. Vivere per l’utile invece, soprattutto verso Dio, snatura completamente la nostra vita. Strumentalizzare il rapporto con Lui per riceverne dei vantaggi è quantomeno penoso e non degno dell’uomo fatto a Sua immagine. I servi nella casa del padrone ne sono gli amministratori, la gestiscono in sua assenza. Qui troviamo un altro segreto che si comprende in una vita con Gesù: “Servire Dio è regnare”. Vivere, quindi, secondo la fede è scoprire che Dio ci ama di amore eterno.

Accolito Daniele Palumbo