S.E. Mons. Bellandi a Casa Betlemme: servire i poveri è servire Cristo

Il 14 settembre, nell’ambito delle celebrazioni che porteranno la Chiesa salernitana alla celebrazione della festa di San Matteo, patrono della città, la reliquia del braccio del Santo ha fatto tappa a Casa Betlemme, struttura requisita alla criminalità organizzata e gestita dalla Caritas di Salerno. Ad accompagnare la sacra reliquia, S.E. Mons. Andrea Bellandi, arcivescovo di Salerno. A fare gli onori di casa il direttore don Marco Russo, che nell’introduzione alla giornata ha spiegato la nascita e l’esistenza di casa Betlemme (Villa Falcone e Borsellino), citando alla fine dei numeri che racchiudono tutto l’impegno della Caritas in quella zona altamente degradata:

PERSONE OSPITATE (2009-2018): 164
PACCHI VIVERI DISTRIBUITI (2012-2018): 32.136
NUCLEI FAMILIARI AIUTATI (2012-2018): 1859
SERVIZIO GUARDAROBA-FAMIGLIE (2011-2018):1875
COPERTE DISTRIBUITE (2012-2018): 409

Ecco un estratto delle parole di Mons. Bellandi:

Il Vangelo di Gesù, allora come oggi, scandalizza. Oggi non c’è posto per l’imperfezione, occorre essere tutti secondo le regole prestabilite, da chi queste regole le fa a proprio uso e consumo.

“Misericordia voglio, non sacrificio, perché non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati”. Se uno non percepisce di essere imperfetto, di aver bisogno di uno sguardo di amore, di tenerezza, di perdono, di accoglienza, di aiuto, rimarrà sempre un po’ al margine del cuore della vita, del cuore di Dio. Per questo i poveri, gli ammalati, i peccatori, gli imperfetti, sono sempre stati nel cuore della Chiesa, al centro delle preoccupazioni della Chiesa, perché sono sempre stati e sono nel cuore di Dio. Come scrive Papa Francesco nella Evangeli Gaudium, nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che egli stesso si fece povero, tralasciò la sua condizione Divina per nascere in un borgo sperduto della Giudea, Betlemme, fra i pastori, fra le persone sconosciute, fra i poveri.

Ma questa opzione per i poveri non è una categoria sociologica, politica, filosofica, non è ideologica, ma è espressione di quello che è il cuore di Dio, che è amore per ogni singola persona: per il bambino che muore sulla spiaggia, nel tentativo dei genitori di trovare una patria migliore; per la dignità di ogni donna che subisce violenza, che viene sfruttata; così come per la dignità di ogni persona che non ha lavoro e che cerca di trovare qualcosa di dignitoso per sé e per la propria famiglia. Ogni uomo è grande nel cuore di Dio ed è oggetto di questa tenerezza. Siamo stati e siamo continuamente abbracciati dalla Misericordia di Dio, e questo abbraccio siamo chiamati a comunicarlo.

La Carità, prima che fare qualcosa, è un essere insieme all’altro; la carità non è immediatamente fare delle cose, ce lo ricorda San Paolo, che si può dare anche tutto il proprio corpo per essere bruciato, ma non avere la Carità. Essere con l’altro, condividere sé stessi con l’altro e sentire l’altro parte di noi, perché l’altro è il terminale di una preferenza di Dio, ed è colui che è stato messo sulla mia strada per tirare fuori il meglio di me. Il prossimo è sempre una sfida al nostro io, alla nostra capacità di amore, alla nostra capacità di abbraccio e di riconoscimento.

Infine, servire i poveri è servire Cristo, ce lo ricorda San Matteo al capitolo 25, quando alla domanda di Gesù: ma voi mi avete dato da mangiare, mi avete dato da bere, siete venuti a trovarmi, mi avete ospitato, mi avete vestito, siete venuti a curarmi? Gli apostoli rispondono: dove ti abbiamo visto così? E Gesù dice: quando mi avrete visto in coloro che hanno avuto fame, hanno avuto sete, hanno avuto bisogno di essere accolti, rivestiti, sanati, quando mi avete riconosciuto in loro, io ero lì, in quella persona. Quello che avrete fatto al più piccolo dei vostri fratelli, l’avrete fatto a me. Non facciamo semplicemente delle cose, ma riconosciamo nell’altro il volto di Gesù, dono di Dio, e quindi lo accogliamo con gioia, lo serviamo, ci pieghiamo al suo bisogno. È questa la testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare da sempre, e soprattutto in questi tempi in cui, come dice il Papa, la cultura dell’indifferenza, la cultura dell’individualismo, del costruire muri, rischia di essere sempre più diffusa, perché risponde a una logica egoistica, che però non è quello che Dio vuole da noi come esseri umani.

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