Ritiro dei Centri di Ascolto Parrocchiali della Diocesi di Salerno

Si è tenuto presso l’istituto dei Salesiani a Salerno il ritiro dei Centri di ascolto Parrocchiali della Diocesi sul tema “Testimoni della Carità nella parrocchia”. Dalle 9,30 si sono susseguiti momenti di riflessione e di preghiera per i circa 50 partecipanti in rappresentanza dei tanti centri Parrocchiali della Diocesi. Anche la scelta del luogo non è casuale, visto che presso i salesiani nacque il primo centro di ascolto parrocchiale intitolato a “Don Bosco”. A presiedere il direttore della Caritas di Salerno Campagna Acerno don Marco Russo.

Di seguito riportiamo parte dell’intervento del direttore. L’integrale è possibile scaricarlo a fine pagina:

CHE COS’È LA TESTIMONIANZA CRISTIANA?
Sono molto contento di trovarmi qui questo pomeriggio con molte persone impegnate nelle
Caritas parrocchiali. Ascolto sempre con grande attenzione e direi con molta
soddisfazione quando illustrate le attività promosse in diversi ambiti dalle varie Caritas.
Aggiungo mi piacerebbe di più incontrarvi “sul campo” quando siete concretamente
all’opera nelle vostre comunità a servizio dei poveri, dei bisognosi, degli emarginati
Il direttore avrà anche dei fastidi – e chi non ce gli ha? – ma in questi anni mi sono accorto
che ricevo soddisfazioni compresa anche quella (un po’ forse troppo umana) di “farsi bello”
davanti agli altri per il lavoro e l’impegno dei cda delle Caritas parrocchiale e delle attività.
Il tema di questo incontro è alquanto impegnativo.

Mi ha sollecitato molto e mi sono andato a leggere la frase di Giacomo – «A che cosa
serve fratelli miei se uno dice che ha la fede, ma non ha le opere
Sono chiamato stamane con voi a verificare il legame profondo e autentico tra fede e
opere.
Mi diventa facile se parto con gli aspetti negativi: quali sono oggi i modi sbagliati o
comunque poco corretti di comprendere questa relazione?
Parto dal lato della fede, ma per dire subito che ciò che oggi mi sembra si possa
contrapporre alle opere non sia tanto la fede- intesa sia nella sua accezione di adesione
personale a Dio, sia nei suoi contenuti -, bensì due distorsioni della fede:
il devozionalismo e il formalismo di carattere ritualistico.
Mi interrogo non su questioni alte di teologia, ma di modalità concrete con cui vivere la
fede.
Per devozionalismo non intendo certamente le varie e belle forme di religiosità anche di
carattere popolare di cui la nostra realtà è ricca – e guai a perderle… – ma quelle forme
distorte che esprimono la continua ricerca del sensazionale, del miracolismo, del magico o
quasi. Una ricerca che estranea dalla vita e dall’impegno concreto e si attende sempre
un miracolo dall’esterno.
Anche per formalismo ritualistico non intendo la sobria e solenne bellezza della liturgia –
che va continuamente cercata e custodita nella sua autenticità – bensì le forme distorte
che pongono attenzione solo all’esteriorità dei riti più o meno sontuosi e barocchi, riti
che non incidono minimamente sulla vita.
Se ora guardiamo la relazione fede e opere dal punto di vista di quest’ultime, mi sembra
che il rischio di oggi non sia più quello di ormai molti anni fa, quando si sottolineava per i
cristiani molto o quasi esclusivamente l’impegno terreno con il rischio di ridurre il
cristianesimo a un’ideologia di salvezza solo intramondana perdendo ogni orizzonte di
eternità, quanto piuttosto quello di appiattire la testimonianza cristiana sul più vasto e
certamente apprezzabile fenomeno del “volontariato”.
La Chiesa e neppure la Caritas non sono un’organizzazione no profit, ma la il segno e lo
strumento del Regno di Dio, cioè la comunità dei credenti in cammino verso la pienezza
della comunione e della salvezza che Dio vuole per l’intera umanità.
Quale è allora la modalità corretta e fruttuosa per esprimere il rapporto tra fede e opere?
Mi sembra che il termine giusto sia “testimonianza” nella linea dell’affermazione di papa
Benedetto XVI: «l’anno della fede sarà anche un’occasione propizia per intensificare la
testimonianza della carità».
Che cos’è la testimonianza cristiana? Non è, come qualche volta la si intende,
un’aggiunta alla vita cristiana: sono credente, sono cristiano e se sono bravo devo farmi
vedere come tale facendo qualcosa o assumendo un atteggiamento piuttosto di un altro.
No, la testimonianza cristiana è semplicemente la trasparenza della vita cristiana, cioè
di una vita secondo il Vangelo.

In questo senso non si decide di diventare testimoni, ma si decide di essere cristiani veri.
E allora è per così dire automatico essere testimonianza del Vangelo.
Questo vale per i singoli fedeli – per ciascuno di noi – ma vale anche per le comunità.
Una parrocchia dà testimonianza anzitutto non perché fa tante iniziative caritative, ma
perché vive come autentica comunità cristiana: nutrita dalla Parola e dai Sacramenti, unita
in una vera comunione fraterna, capace di vedere negli altri e soprattutto nei poveri il volto
di Cristo.
Sono in fondo le caratteristiche della prima comunità cristiana descritte nel capitolo
secondo degli Atti degli apostoli, caratteristiche che sono e devono essere quelle della
comunità cristiana di sempre: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella
comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e
prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e
avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con
tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e,
spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando
Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla
comunità quelli che erano salvati» (Atti 2, 42-47).
Interessante notare, anche se spesso lo si trascura, che questa descrizione non è posta in
un punto qualsiasi degli Atti degli apostoli, ma chiude la giornata di Pentecoste e ne
rappresenta il frutto. Il dono di Pentecoste, quindi, non è prima di tutto il parlare le lingue
e così intendersi tra le persone capovolgendo quanto avvenuto a Babele, ma la nascita
della comunità cristiana che è frutto dello Spirito. È lo Spirito Santo, non in prima battuta il
nostro impegno e le nostre iniziative, ciò che rende un insieme di persone realmente
credenti, discepoli di Cristo e perciò testimoni. Non dobbiamo dimenticarlo mai.
Chi ce lo ricorda sono i santi. Sono loro che ci fanno vedere che cosa può fare lo Spirito
quando trova un cuore disponibile. Sono loro che presentano una testimonianza luminosa
non perché si impegnano a fare, ma perché si sono impegnati a essere cristiani autentici.
Testimonianze come la loro – e ribadisco che la testimonianza non è un’aggiunta alla vita
cristiana, ma è la luminosità della vita cristiana autentica (Gesù ci ha infatti detto: «voi
siete la luce del mondo) – ci dicono che il Vangelo è credibile e può essere vissuto nel e
con l’amore di Dio e dei fratelli.
La testimonianza dei Santi sarà particolarmente di aiuto a chi opera dove è chiamato a
vivere, secondo la propria vocazione, e con la nostra vocazione, siamo chiamati a essere
semplicemente cristiani con una fede operosa e con opere che esprimono la fede.

LA FEDE HA BISOGNO DI TESTIMONIANZA
Il primato della testimonianza, l’urgenza dell’andare incontro, un progetto pastorale
centrato sull’essenziale.
Papa Francesco ringrazia per l’impegno nell’Anno della Fede a servizio della nuova
evangelizzazione. Nella sala Clementina i partecipanti alla riunione plenaria del Pontificio
consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione ascoltano le parole del
Pontefice. Che ricorda come «nuova evangelizzazione significa risvegliare nel cuore e
nella mente dei nostri contemporanei la vita della fede. La fede è un dono di Dio, ma
è importante che noi cristiani mostriamo di vivere in modo concreto la fede, attraverso
l’amore, la concordia, la gioia, la sofferenza, perché questo suscita delle domande,
come all’inizio del cammino della Chiesa: perché vivono così? Che cosa li spinge?».
E poi sottolinea tre concetti che gli stanno a cuore:
il primato della testimonianza, innanzitutto. «Ciò di cui abbiamo bisogno, specialmente
in questi tempi, sono testimoni credibili che con la vita e anche con la parola rendano
visibile il Vangelo, risveglino l’attrazione per Gesù Cristo, per la bellezza di Dio». Non
vuole parlare di colpe, papa Francesco, ma ricorda che tante persone si sono allontanate
dalla Chiesa per «responsabilità nella storia della Chiesa e dei suoi uomini, di certe
ideologie e anche di singole persone». Ma oggi è il tempo di riprendere il cammino del
Concilio Vaticano II.
«C’è bisogno», dice il Papa di cristiani che rendano visibile agli uomini di oggi la
misericordia di Dio, la sua tenerezza per ogni creatura.
Sappiamo tutti che la crisi dell’umanità contemporanea non è superficiale ma profonda.
Per questo la nuova evangelizzazione, mentre chiama ad avere il coraggio di andare
controcorrente, di convertirsi dagli idoli all’unico vero Dio, non può che usare il linguaggio
della misericordia, fatto di gesti e di atteggiamenti prima ancora che di parole».
«Ogni battezzato», continua il Papa, «è un “cristoforo”, portatore di Cristo, come
dicevano gli antichi santi Padri.
Chi ha incontrato Cristo, come la Samaritana al pozzo, non può tenere per sé questa
esperienza, ma sente il desiderio di condividerla, di portare altri a Gesù».
E poi il secondo punto: l’andare incontro agli altri. «La nuova evangelizzazione è un
movimento rinnovato verso chi ha smarrito la fede e il senso profondo della vita. Questo
dinamismo fa parte della grande missione di Cristo di portare la vita nel mondo, l’amore
del Padre all’umanità. Il Figlio di Dio è “uscito” dalla sua condizione divina ed è venuto
incontro a noi. La Chiesa è all’interno di questo movimento, ogni cristiano è chiamato ad
andare incontro agli altri, a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con
quelli che hanno un’altra fede, o che non hanno fede. Nessuno è escluso dalla
speranza della vita, dall’amore di Dio».
E infine un progetto pastorale non improvvisato, ma basato sull’essenziale, cioè su
Cristo. «Non serve disperdersi in tante cose secondarie o superflue», ha ammonito il
Papa, ma occorre «concentrarsi sulla realtà fondamentale, che è l’incontro con Cristo,
con la sua misericordia, con il suo amore e l’amare i fratelli come Lui ci ha amato. Un
progetto animato dalla creatività e dalla fantasia dello Spirito Santo, che ci spinge anche a
percorrere vie nuove, con coraggio, senza fossilizzarci». In questo contesto Francesco ha
ricordato l’importanza della catechesi, come momento dell’evangelizzazione sulla scia
di Paolo VI e della sua Evangelii nuntiandi.
«Il grande movimento catechistico ha portato avanti un rinnovamento per superare
la frattura tra Vangelo e cultura e l’analfabetismo dei nostri giorni in materia di fede.
Ho ricordato più volte un fatto che mi ha impressionato nel mio ministero: incontrare bambini che non sapevano neppure farsi il Segno della Croce! È un servizio prezioso per
la nuova evangelizzazione quello che svolgono i catechisti, ed è importante che i genitori
siano i primi catechisti, i primi educatori alla fede nella propria famiglia con la
testimonianza e con la parola».

Papa Francesco: a Santa Marta, la testimonianza “sempre rompe un’abitudine”, no alla
“mormorazione” nelle parrocchie
La testimonianza, la mormorazione e la domanda.
Sono le tre parole su cui si è soffermato il Papa, nell’omelia della Messa celebrata a Santa
Marta. “Testimoniare è rompere un’abitudine, un modo di essere”, ha spiegato il
Papa: “Rompere in meglio, cambiarla. Per questo la Chiesa va avanti per testimonianze.
Quello che attrae è la testimonianza, non sono le parole che, sì, aiutano, ma la
testimonianza è quello che attrae e fa crescere la Chiesa. E Gesù dà testimonianza. È una
cosa nuova, ma non tanto nuova perché la misericordia di Dio c’era anche nell’Antico
Testamento. Loro non hanno capito mai – questi dottori della legge – cosa significasse:
‘Misericordia voglio e non sacrifici’. Lo leggevano, ma non capivano cosa fosse la
misericordia. E Gesù con il suo modo di agire, proclama questa misericordia con la
testimonianza”. La testimonianza “sempre rompe un’abitudine” e anche “ti mette a
rischio”, ha ribadito il Papa: “La testimonianza di Gesù provoca, infatti, la mormorazione.
I farisei, gli scribi, i dottori della legge dicevano: ‘Costui accoglie i peccatori e mangia con
loro’. Non dicevano: ‘Ma guarda, quest’uomo sembra buono perché cerca di convertire i
peccatori’. Un atteggiamento che consiste nel fare sempre ‘il commento negativo per
distruggere la testimonianza’”. “Questo peccato di mormorazione è quotidiano, sia nel
piccolo sia nel grande”, ha osservato Francesco rilevando che nella propria vita ci si trovi a
mormorare “perché non ci piace quello e l’altro” e, invece di dialogare o “cercare di
risolvere una situazione conflittuale, di nascosto mormoriamo, sempre a bassa voce,
perché non c’è il coraggio di parlare chiaro”. Così avviene anche “nelle piccole
società”, “in parrocchia”. “Quanto si mormora nelle parrocchie? Con tante cose”, ha
detto il Papa mettendo in evidenza che quando c’è “una testimonianza che a me non piace
o una persona che non mi piace, subito si scatena la mormorazione”:
“E in diocesi? Le lotte ‘intradiocesane’ …
Le lotte interne delle diocesi; voi conoscete questo. E anche nella politica. E questo è brutto. Quando un governo non è onesto cerca di sporcare gli avversari con la
mormorazione. Che sia diffamazione, calunnia, cerca sempre. E voi che conoscete bene i
governi dittatoriali, perché avete vissuto questo, cosa fa un governo dittatoriale? Prende in
mano prima i media di comunicazione con una legge e, da lì, incomincia a mormorare, a
sminuire tutti coloro che per il governo sono un pericolo. La mormorazione è il nostro
pane quotidiano sia a livello personale, famigliare, parrocchiale, diocesano, sociale
…”. Secondo il Papa, si tratta di “una scappatoia per non guardare la realtà, per non
permettere che la gente pensi”: Gesù lo sa, ma è buono e, “invece di condannarli per la
mormorazione”, fa una domanda. “Usa lo stesso metodo che usano loro”, cioè quello di
fare domande. Loro lo fanno per mettere alla prova Gesù, “con cattiva intenzione”, “per
farlo cadere”: ad esempio con domande sulle tasse da pagare all’impero o sul ripudio della
propria moglie. Gesù usa lo stesso metodo “ma – ha sottolineato Francesco – poi
vedremo la differenza”. Gesù dice loro: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una,
non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la
trova?”. E “la cosa normale sarebbe che loro capissero”, invece fanno il calcolo: “Ne ho
99”, se ne è persa una, “comincia il tramonto, è buio”. “‘Lasciamo perdere questa e nel
bilancio andrà a guadagno e perdite e salviamo queste’. Questa – ha evidenziato il Papa –
è la logica farisaica. Questa è la logica dei dottori della legge. ‘Chi di voi?’, e loro
scelgono il contrario di Gesù. Per questo non vanno a parlare con i peccatori, non vanno
dai pubblicani, non vanno perché: ‘Meglio non sporcarsi con questa gente, è un rischio.
Conserviamo i nostri’. Gesù è intelligente nel fare loro la domanda: entra nella loro
casistica, ma li lascia in una posizione diversa rispetto a quella giusta. ‘Chi di voi?’. E
nessuno dice: ‘Sì, è vero’, ma tutti: ‘No, no io non lo farei’. E per questo sono incapaci di
perdonare, di essere misericordiosi, di ricevere”.

Intervento integrale di don Marco Russo: Testimoni della carità nella parrocchia

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